2. Memorando

Cuca e maleve, Figlia delle Montagne

Di Gentiana Minga

cucaEmaleveUna pinzetta per le sopracciglia, una pinzetta di ferro con la punta rettangolare, agile, quasi inconsistente! Questo è stato il primo regalo che ho avuto dagli alunni per la festa dell’insegnante, il 7 marzo. Rimasi stupefatta e scoppiai dalle risate quando scartai il pacchetto ovale e piatto di carta giornale. Avvisata dalle colleghe più anziane avevo ipotizzato un rossetto, un fazzoletto ricamato, o un piccolo profumo. Mai una cosuccia di ferro, una strappa peli.

La infilai dentro la mia borsa da Meri Popins dove tenevo un bel po’ di mondo in briciole. Dai quaderni degli alunni difficoltosi alle caramelle appiccicose e attaccate al pettine. Dai fiorellini secchi raccolti dai bambini nei campi dove pascolavano le pecore ai semi di girasole tostati che usavamo mangiare di nascosto con i colleghi tra una pausa e l’altra.

Il mio primo impiego da insegnante fu per niente piacevole. Partivo verso uno sperduto villaggio di Durazzo, il pullman ci scaricava sul ciglio della strada alla prima fermata, Maminas. Da Maminas, dove si trovava una scuola media, gli insegnanti che venivano da fuori come me dovevano continuare verso una seconda destinazione facendo due ore di strada a piedi, calzavano degli stivali adatti per la striscia fangosa e complicata, la lingua di terra brunastra che proseguiva verso la scuola superiore di Mamurras. Lì esercitai per prima volta la professione di insegnante. Messi gli stivaloni di gomma color erba, assieme ad un paio di colleghi arrivati da altre parti della provincia, proseguivo verso la destinazione: un paesino di 100 – 200 abitanti, che vivevano con poco, bestiame e agricoltura. Era una strada a spirale che giungeva alla cima della montagna laddove si vedeva a malapena, sotto un albero robusto, un edificio giallastro di solo un piano, con delle mura umide e il tetto rovinato. Una sorte di vecchia casa, con 6 classi, una sala insegnanti, l’ufficio della direzione, ed un paio di bagni. Una scuola che, al fianco destro aveva il cimitero del paese, un cimitero senza alberi.

Rammento un forte morso al cuore mentre comunicavo il primo giorno con i miei alunni pallidi e assenti, mi accorgevo degli uccelli che posavano sopra i marmi dei sepolcri vicini alla finestra della classe. Tornando a casa, tentai di svalutare un paio di ragioni valide che mi avrebbero rimandato là il giorno seguente. Ho valutato seriamente che sarebbe stato uno fiasco, e che sarei stata un’insegnante noiosa e rognosa. Era tutto triste, il villaggio, i bambini, il cimitero che sparpagliava un che’ di ansia unta. L’impressione era che dentro quell’edificio vecchio e scialbo la morte trascorreva le sue giornate comoda e rilassata. Ragionando in una maniera contorta, per niente etica e illuminata, mi apparve come un lampo in ciel sereno il bel viso della Cuca e Maleve. La ragazza vestita col costume tradizionale, con un leggero velo sopra i capelli lunghi mentre andava di sera in cerca di guai. Era la figlia di Gjin, un povero contadino sbattezzato dalla chiesa perché rifiutò l’accusa infondata di aver rubato un pezzo di terra ad un vicino. Secondo l’usanza il peccatore doveva girare attorno alla chiesa tenendo sulle spalle una pietra pesante definita la pietra della vergogna. L’uomo, onesto e credente, rifiutò disgustato, e, di seguito tutta la famiglia venne sbattezzata. La neonata venne chiamata da tutti: la Figlia delle Montagne, la figlia di nessuno, ossia la figlia della vergogna: Cuca e Maleve.

Cuca è simbolo di tante ragazze montanare del nord dell’Albania, le quali appena dopo la guerra, consce del pericolo di vita che correvano, andavano di nascosto nelle case dei loro paesani per insegnare a leggere e a scrivere. Negli anni 40 Il Comitato delle Montagne, bande di criminali dispersi sul territorio albanese dal nord al sud, elencavano continuamente delle liste nere con i nomi dei comunisti e delle donne sfidanti della società patriarcale. La Figlia della Montagna, correggeva i compiti dei bambini a casa sua sotto il lume della lucerna. “Le nostre montagne sono belle e rigide” sussurrava mentre decifrava le composizioni delle sue alunne analfabete. Chiacchierava tranquilla tra un compito e l’altro con la sua mamma ceca. Venne giustiziata dal Comitato una mezzanotte, una mezzanotte qualsiasi. Sfondarono la porta tra le urla disperate della mamma anziana e ceca che girovagava terrificata nel buio del cortile senza poter salvare la sua unica figlia. Venne trascinata fuori, legata, con gli occhi bendati, portata al bosco e fatta a pezzi …

Sarà stato per lei che decisi l’indomani mattina di risalire sul pullman verso la prima fermata. Scendere al primo villaggio , mettere gli stivaloni, e continuare a piedi, due ore verso la seconda destinazione: la piccola scuola sotto l’albero accanto al cimitero del paese. La forza dell’esempio aveva operato senza avvisarmi, toccandomi la memoria e l’emozione, mettendomi di fronte a colei che potevo essere. Mi innamorai di quella che poteva essere me.

Mesi dopo il mio primo 7 Marzo decisi di mettere fuori della borsa Mary Popins la piccola pinzetta, e, sempre per prima volta, delineai le mie sopracciglia. Non era cosi doloroso, niente di che. La considerai una liberazione, una rivendicazione della Figlia della Montagna che giaceva in me.

Da li in poi i contadini non erano cosi sgarbati, i bambini furono vivaci e sorridenti benché malandati, e, anche il cimitero non era cosi lugubre. Lo immaginai come una sorte di fratello del villaggio vivente, un villaggio morto che ogni-tanto scambiava il posto e il destino con il prossimo organico…

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