2. Memorando

Scrivere è l’arma non violenta per fermare chiunque semina l’odio Un medico ricorda il genocidio in Ruanda

Valentina Mmaka in conversazione con Gaddo Flego

Henri Bergson diceva che la memoria è la nostra coscienza. Un milione di Vite di Gaddo Flego ha sicuramente il potere di risvegliare la coscienza di milioni di persone che nel 1994 hanno assistito a uno dei più feroci genocidi degli ultimi 50 anni, quello rwandese.

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Edito da Terre di Mezzo, Un milione di vite non è solo il diario personale di un medico che ad un certo punto della sua vita professionale e personale, in quei momenti di incertezze e dubbi in cui abbiamo bisogno di qualcosa che ci insegni la strada da seguire,  ha deciso di andare in Rwanda a seguito di un team di Medici Senza Frontiere all’alba del genocidio, ma è anche una finestra aperta sui sentimenti, il pensiero, l’intimità di un uomo che ha dovuto innanzi tutto fare i conti con la parte più profonda di sé.

Parlando con Gaddo mi hanno fatto riflettere queste sue parole: “sentire che sopravvivere talvolta è qualcosa di molto diverso dalla felicità”. Sì, perché sebbene una professione come quella di medico preveda di lavorare in situazioni di emergenza, talvolta di estrema difficoltà anche sul piano logistico, c’è  il lato umano più intimo, le proprie convinzioni, i propri valori che inevitabilmente vengono messi alla prova, innescando un conflitto interno a noi che ad esperienza superata può ridimensionare tutta la nostra esistenza. Vivere la sofferenza degli altri, assorbirla e mantenere la capacità di mediare in situazioni kafkiane, apparentemente illogiche e senza una spiegazione comprensibile e tradurle in un’esperienza valida senza perdere l’umanità che gli orrori di una guerra minano, è una prova difficile.

Scritto con empatia, in tempo prima che la memoria diventi scivolosa e consegni all’oblio non solo ricordi ma anche emozioni importanti, il Diario di Flego è senza dubbio un tassello prezioso che compone il mosaico della memoria del genocidio rwandese.

Un Milione di Vite è anche un diario a più voci, comprende infatti quattro testimonianze di sopravvissuti al genocidio, Esther Mujawayo, Gilbert Ndahayo, Jean Paul Habimana, George Gatera, che hanno scelto di scrivere perché come dice Habimana scrivere questa storia è l’arma non violenta per fermare chiunque semina l’odio.

Oggi il Rwanda è un paese che prospera nonostante la leadership del presidente Paul Kagame non sia l’esempio di democrazia sperata, ma testimonianze come queste contenute in Un milione di Vite servono a ricordarci che siamo tutti uomini e che la memoria è l’esperienza imprescindibile che ci rende umani e va consegnata alle generazioni di oggi e di domani perché come sosteneva il filosofo Jorge Santayana coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo.

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VALENTINA MMAKA – Gaddo,  qual è stato il sentimento che ti ha guidato a raccontare la tua esperienza di medico in Rwanda durante il genocidio del ‘94 vent’anni dopo?

GADDO FLEGO – In realtà l’idea di raccontare quei mesi del ’94 è più antica, direi che ha preso forma compiutamente nel decennale del genocidio, il 2004, assieme alla sensazione che ciò che avevo visto e vissuto faceva sì parte della mia storia personale, ma anche di una storia collettiva, o almeno avrebbe dovuto esserlo.  Ma dopo una serie di tentativi abbozzati, sono riuscito a seguire il filo della memoria molto più tardi, intorno al 2012, quando ho capito che la strada giusta era quella di ripercorrere cronologicamente tutto il periodo, in una specie di diario a posteriori. In ciò mi hanno aiutato gli scritti precedenti e il “rapport narratif” che avevo consegnato a MSF a fine missione, oltre alla possibilità di dedicare 2-3 ore alla stesura del testo ogni sabato mattina. Sebbene la motivazione principale fosse quella di consegnare la mia memoria di quei fatti anche in senso fisico  (l’idea di affidarla all’archivio del diario di Pieve Santo Stefano, di cui avevo letto le cronache di Saverio Tutino su Linus tanti anni prima, è sempre stata presente), di portarla anche fuori di me, è stata anche importante la percezione che se avessi tardato ancora molti dettagli si sarebbero persi, inevitabilmente. In ultimo, e forse in modo meno consapevole, la sensazione di dovere uscire dal silenzio e rivolgere di nuovo lo sguardo ai sopravvissuti, i soggetti deboli (ancorché in alcuni casi molto forti individualmente) di tutta la vicenda, le cui vite si sono sparpagliate ovunque nel tentativo di ricostruire se stessi e un mondo in cui vivere, spesso condannati al silenzio dall’enormità dei fatti di cui sono stati vittime e testimoni. Per questo motivo nel libro ho voluto accanto a me da un lato la prefazione di Pietro Veronese, che colloca la mia memoria in un contesto, dall’altro le voci di quattro sopravvissuti con esperienze e percorsi diversi: Esther Mujawayo, Gilbert Ndahayo, Jean Paul Habimana e George Gatera. Credo che questi contributi aiutino la lettura e rendano conto di come il destino possa unire le persone al di là delle proprie provenienze.

VALENTINA MMAKA – Ricordi quando Primo Levi raccontava della sua esperienza ad Auschwitz, diceva che per sentirsi ancora umano in mezzo a quell’orrore, la mente trovava appiglio nella letteratura, nel bello dell’arte. Nella tua esperienza, a quale pensiero  ti aggrappavi per sentirti  umano in tutto quell’atroce dolore e sofferenza?

GADDO FLEGO – Senza quella strana vita familiare che ruotava intorno alla nostra casa e al nostro ufficio mi sarei probabilmente arreso molto presto. Credo che a Nyamata si sia creata una convivenza molto particolare, nella quale il valore più alto sembrava essere il rispetto tra le persone, il restare umani, la ricerca della giustizia e della dignità in ogni momento, anche nelle cose più piccole. Peter, il logista di MSF con il quale ho lavorato e vissuto in quel periodo, è stato molto importante per me, con lui c’era uno scambio di opinioni continuo. Anche con la mia ex-moglie, nonostante le vicissitudini personali, c’era una condivisone di questo tipo, poi abbiamo avuto la fortuna di avere uno staff locale eccezionale. Per certi versi era facile decidere da che parte stare, eppure non è stato semplice. Il prezzo da pagare era comunque quello di rendersi permeabili alla sofferenza,  sentire che sopravvivere talvolta è qualcosa di molto diverso dalla felicità, capire che ci sono domande sul futuro, oltre che sul passato, che ammettono solo risposte angoscianti. Per questo era così importante rendere il presente un luogo di accoglienza e umanità, concentrarsi sulle somiglianze anziché sulle differenze, ascoltare reggae.

VALENTINA MMAKA – Uno degli aspetti di Un milione di Vite che mi ha colpita e che mi sono sempre chiesta, immedesimandomi in un cooperante o un medico nel tuo caso, come convivere quotidianamente in quello scenario, nella precarietà di quella situazione, avendo la consapevolezza di essere abbandonati totalmente dal mondo esterno?

GADDO FLEGO – Come ti dicevo in realtà il “mondo interno” era molto ricco, e Medici Senza Frontiere aveva una logistica incredibile che ci ha sempre supportato. Le cose sono diventate veramente dure con la dissenteria bacillare, quando sono cominciati a comparire i campi profughi lungo la strada con i “plastic sheeting”, gli orfani nelle tende a Rwabusoro….la sensazione che invece di andare meglio le cose stessero peggiorando. In quei momenti per me era molto importante l’efficienza, concentrarsi sulle cose pratiche da fare, cercare di fare tutto al meglio. Quando arrivavano gli orfani a decine, di sera, sui camion della Croce Rossa, quello che ci consentiva di andare a dormire era l’idea di averli visitati tutti, di avere dato ad ognuno almeno un pasto caldo e una coperta. Per contro, rientrare a casa al crepuscolo in automobile incrociando gli sguardi delle persone che si apprestavano a trascorrere la notte sotto i ripari di teli di plastica o foglie di banano è una cosa che ti ricordi per tutta la vita.

VALENTINA MMAKA – Nel tuo racconto ci sono aspetti contraddittori o se vuoi due facce della stessa medaglia, da una parte l’ umanità e dedizione delle persone che hanno collaborato al fine di soccorrere chi era in bisogno, dall’altra l’ambigua realtà delle competenze e rivalità tra ONG e istituzioni. Cosa spinge un essere umano a rischiare la propria vita per salvarne altre? L’immensità del male come quello visto in Rwanda è la molla che spinge l’uomo ad un dovere morale superiore?

GADDO FLEGO – Noi eravamo a tutti gli effetti, e ci consideravamo, dei professionisti, con anni di lavoro in condizioni difficili sulle spalle. Saremmo intervenuti a prescindere dalle cause del disastro, ci trovavamo in un periodo della vita che ci portava verso quello. La percezione dell’immensità del male, cioè la radice umana e la folle determinazione dello stesso, è arrivata dopo che siamo giunti a Nyamata, e non ha avuto lo stesso grado per tutti. Per molti, incluse persone di MSF, le supposte brutalità del Fronte Patriottico Ruandese  erano tali da oscurare il fatto che fosse stata l’unica forza che si era opposta con le armi allo sterminio di una popolazione; per me questa era la storia del dito e dalla luna, da quando avevo preso coscienza di chi erano le vittime del genocidio. Purtroppo una lezione che ho imparato è che non importa quanto sia grande un crimine, è fin troppo facile che tutto finisca in distinguo e letture ideologiche, fino all’uso politico della memoria che vediamo un po’ ovunque, da Israele alla Bosnia. E tutto questo comincia da subito. Con alcune ONG abbiamo collaborato bene, abbiamo trasmesso informazioni e materiale, altre hanno invece cercato di accreditarsi con il nuovo ordine che si stava affermando invece che cercare di capire i bisogni della popolazione. Per me la cosa importante è poter affermare, dopo tutti questi anni, di non avere mai perso di vista le vittime, e devo dire di avere trovato rappresentanti delle istituzioni che, con noi, sono riusciti ad andare oltre le etichette e la ragione politica.

VALENTINA MMAKA – Di Radio Milles Collines se ne è parlato i diversi libri a seguito del genocidio, secondo te (al di là di tutte le speculazioni fatte in merito) com’è possibile che né le forze dell’ONU né i francesi abbiano fatto interrompere le frequenze di questa centrale di controllo del genocidio?

GADDO FLEGO – Purtroppo una parte ben informata del potere francese è stata coinvolta totalmente con il governo genocida e l’Hutu Power; leggendo un dossier neutrale come il “case study” di MSF si scopre che la Francia ha fornito armi al governo fino a fine maggio (il genocidio è iniziato il 7 aprile), e che forse l’Eliseo ha continuato anche dopo. L’unica volta che abbiamo visto un elicottero militare senza insegne è stato dopo l’intervento “umanitario” francese dell’operazione Turquoise. L’ONU è stata ridotta ai minimi termini dopo la morte di undici caschi blu Belgi, non credo fosse in condizione di fare alcunché su Radio Milles Collines. Però credo che questo sia stato possibile perché non si dà abbastanza importanza alle parole: sentendo oggi le registrazioni della radio che dice che bisogna schiacciare gli scarafaggi si è tentati di pensare che sia come quando si sente un leader politico invocare le ruspe per spianare i campi Rom – si dice, ma poi non si fa. Il genocidio Ruandese, come tutti i genocidi, ci fa vedere come si cominci dalle parole, per poi passare ai gesti simbolici, e quindi alla brutalità diffusa. Vedere oggi in Italia politici che usano una retorica violenta, o addirittura vanno in televisione agitando pistole, ci dà la misura della loro irresponsabilità. Se c’è una cosa che i giovani potrebbero imparare dalla storia del Ruanda è questa: essere consapevoli del potere delle parole. Leggendo le testimonianze di prima del genocidio si capisce come anche quelle che poi ne sono diventate vittime avessero sottovalutato questo potere (e sopravvalutato quello dell’ONU e della “comunità internazionale”).

VALENTINA MMAKA – Per contro i media francesi hanno avuto un ruolo deplorevole raccontando al mondo “falsificando” come scrivi tu, la realtà. Parli a questo proposito del senso di vergogna che si era impadronito di te, di fronte ai ruandesi. Come si riesce a mantenere la propria integrità sapendo di essere dalla  parte sbagliata?

GADDO FLEGO – Essere un occidentale, un bianco, in Africa impone di fare i conti comunque con un passato recente, come sai. Esserlo in Ruanda nella primavera/estate del 1994 ancora di più: non dimentichiamo che quasi tutti i Paesi occidentali hanno organizzato, nei primi giorni del genocidio, missioni militari per permettere la fuga degli europei, dei bianchi, senza preoccuparsi del destino dei ruandesi. Anche l’Italia. Ma le persone che ho incontrato laggiù, forse per quello speciale clima che si instaura dopo un massacro, non credo che abbiano mai visto in me un bianco o un occidentale, non credo che questa cosa si sia mai spostata su un piano personale. Ma sicuramente avevo la consapevolezza dolorosa che loro si aspettassero molto di più da noi come popoli,  come nazioni: più giustizia, più attenzione, più fratellanza. Molti ruandesi parlavano un francese perfetto, ascoltavano musica classica, erano il Paese più cattolico d’Africa; improvvisamente tutto questo non contava più, si riscoprivano un lontano Paese africano del quale, apparentemente, non importava niente a nessuno. Ovviamente il fatto che noi fossimo lì, alloggiati nelle case lasciate vuote dal genocidio, ci rendeva una cosa diversa. In realtà noi, come individui, non eravamo in quel momento dalla parte sbagliata.

VALENTINA MMAKA – I ragazzi che oggi hanno vent’anni e sono nati all’epoca dei fatti rwandesi, difficilmente sanno cosa accadde in Ruanda, quanto invece è importante che le nuove generazioni abbiano una prospettiva sul genocidio ruandese?

GADDO FLEGO – Non lo so. Nonostante tutto ho un certo pudore a parlare del genocidio, temo che imporre immagini e racconti di questa gravità possa essere una forma di violenza. Per questo mi piace l’idea del libro, che i miei figli leggeranno quando si sentiranno pronti e ne avranno voglia (anche se i miei figli, per forza di cose, sono già stati esposti a questi ricordi, e in fondo questo mi dispiace). Purtroppo da queste cose non c’è molto da imparare, senz’altro niente di bello. Però sono cose che accadono, e questo è importante saperlo, per fabbricare anticorpi. Un’attenzione alle parole, alle classificazioni discriminanti, alla banalizzazione della violenza, alle ossessioni identitarie: forse questa è la prospettiva che si può acquisire. Capire che non c’è nessun merito nell’essere nato bianco, nero, Hutu o Tutsi, è semplicemente un caso. E poi il fatto che il mondo non è solo quello che conosciamo, che tutti abbiamo lo stesso diritto alla vita, e le cose che ci uniscono sono molte di più di quelle che ci dividono, e quanto sia più ricco e vitale lavorare per un mondo solidale invece che frequentare pericolosamente razzismi e xenofobie.

VALENTINA MMAKA – In una intervista hai detto che un genocidio è prevedibile e prevenibile, cosa vuoi dire con questo?

GADDO FLEGO – Il genocidio implica una lunga preparazione, un disegno, non si improvvisa.  Il Ruanda con le sue carte di identità con indicata l’etnia, introdotte negli anni ’30, si collocava allora in piena coerenza con quanto stava accadendo in Europa. Ancora prima vi era stata la costruzione delle etnie, attraverso una narrazione che vedeva i Tutsi invasori giungere dalle regioni nilotiche dell’Africa Nordorientale ed occupare una regione abitata da agricoltori Bantu (gli Hutu). Queste cose possono sembrare anticaglie, reminiscenze, ma nel 1994 ai posti di blocco gli autori del genocidio per riconoscere i Tutsi dovevano chiedergli la carta d’identità, e la Radio Milles Collines di cui abbiamo parlato incitava a mandarli a “casa loro”, cioè a buttare i loro cadaveri nel fiume Kagera, affluente del Lago Vittoria, da cui nasce il Nilo. A me che arrivavo dal Ciad, dove coesistono 120 lingue diverse appartenenti a quattro ceppi completamente distinti, religioni e abitudini differenti, sembrava incredibile tanto odio tra due gruppi che parlavano la stessa lingua e avevano la stessa religione, anche tradizionalmente. E avvicinandosi a quel fatidico 7 aprile molti osservatori, tra cui Romeo Dallaire che comandava i Caschi Blu, erano convinti che si stava preparando un vero massacro. La retorica stessa dell’Hutu Power parlava di una soluzione finale, diversa dal susseguirsi di pogrom che aveva caratterizzato gli ultimi decenni.  Però accanto a questo  c’erano anche i colloqui di pace di Arusha, la forza di pace dell’ONU. Se il mondo  avesse reagito più prontamente forse il 7 aprile sarebbe stato solo il colpo di coda di un regime al tramonto, non l’inizio di una catastrofe. Che questo sia potuto accadere in un Paese così connesso con l’Europa, con una presenza così forte della Chiesa getta delle ombre sinistre sulle responsabilità, e soprattutto ci dà il senso di un’occasione perduta.

VALENTINA MMAKA – C’è un motivo preciso perché tu non sei tornato più in Rwanda? Oggi, avendo mantenuto rapporti con ruandesi fuggiti al genocidio, come definiresti il rapporto tra i ruandesi  e il loro recente passato?

GADDO FLEGO – Non sono più tornato in Ruanda e nemmeno in Africa perché dopo il ritorno ho dovuto cambiare le mie prospettive, mi sono reso conto che quel tipo di vita e esperienze erano giunte alla fine; che avevo bisogno di ritrovare il mio posto nel mondo. Era un periodo in cui sentivo dolorosamente la mancanza di radici, di un attaccamento realistico. E’ stata la fine dei viaggi, l’inizio di un percorso diverso che mi ha portato a riallacciare una relazione importante, costruire con altri un ambulatorio per immigrati irregolari, trovare un lavoro, avere due figli, una casa, risposarmi. Questo significa anche convivere con la disturbante sensazione che tutto possa finire da un momento all’altro, che la nostra quotidianità, sulla quale investiamo e che ci sembra così importante, sia effimera: qualcosa che è insito nella condizione umana, ma che è acuito dal vissuto del 1994. Riguardo ai ruandesi, occorre prima di tutto capire che il Paese è completamente diverso da quello di prima. Oggi i ruandesi sono undici milioni: i sopravvissuti, tra i Tutsi che erano in Ruanda nel 1994, più o meno trecentomila (il che conferma le nostre sensazioni a Nyamata – il genocidio è tecnicamente quasi riuscito). Molti di loro poi vivono fuori dal Ruuanda: subito dopo il ‘94 chi ha potuto se ne è andato, comprensibilmente. Il Ruanda ha intrapreso una politica di riconciliazione e di sviluppo economico probabilmente necessaria, a cui però i sopravvissuti pagano un caro prezzo, in termini di diritto alla voce, alla memoria e alla sofferenza. Non è facile essere il collegamento vivente con un passato traumatico in un Paese che si vuole totalmente proiettato nel futuro. Certe manifestazioni della riconciliazione, compresi i gacaca, tribunali tradizionali in cui i sopravvissuti interrogano gli assassini dei propri parenti per ottenere una confessione, un pentimento e soprattutto il luogo di sepoltura dei cadaveri, sembrano esigere atti sovrumani di perdono (mia moglie – psicologa – una volta mi ha detto : “non vorrei che dopo aver ecceduto nella violenza, si eccedesse nel perdono”). Non è neanche facile, al di fuori del Ruanda, promuovere la memoria al di fuori di strumentalizzazioni personali o collettive. Ragione per cui  spesso l’unico atto riparativo possibile è quello di rievocare, e in un certo senso ricostruire, quel mondo di prima, del quale si sono persi nel giro di pochi giorni quasi tutti i protagonisti, e riallacciare così simbolicamente i legami interrotti. Negli interventi dei sopravvissuti raccolti alla fine del libro è evidente questa necessità di richiamare in vita, attraverso il ricordo, le persone scomparse, forse più che di raccontare le proprie sofferenze, e mi fa piacere pensare che il libro sia servito anche a questo.

Il diario di Gaddo Flego è stato vincitore del Premio Pieve Saverio Tutino 2014. L’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (AR) raccoglie diari, memorie ed epistolari  degli italiani. Attualmente conserva 7000 testi.  Terre di Mezzo pubblica ogni anno  il vincitore del Premio  Pieve Saverio Tutino.

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