2. Memorando

Tempesta di maggio

È la fine di maggio. Piove, fa freddo, è buio a mezzogiorno. Dove sono, a Londra? A San Pietroburgo? No, sono sempre a Verona, ma il mondo si è rovesciato. Si sta rovesciando nella tomba anche Franz Kafka, che molte cose aveva previsto e descritto nella sua mente visionaria. Ci aveva avvertiti. Non ha potuto fermarci.

In questo mondo al rovescio la gente pagata e conferita di potere in uno stato, esegue ordini di un altro stato. Si fanno dichiarazioni assurde e si coprono le proprie intenzioni con gli appelli agli eventi di dieci secoli fa. Non parlo di un paese lontano, dove si propone di controllare la fertilità dei giovani prima di permettere loro di sposarsi, si vieta l’importazione di medicine anche per l’uso personale e si propone del tutto seriamente di conferire il diritto di voto ai caduti in guerra, mentre la legge che limita il coinvolgimento dei parenti dei parlamentari nel business non passa. Parlo del paese, anzi, della Regione, dove vivo.

Il 18 maggio è un giorno della memoria. L’ennesimo, dovrei dire, uno di tanti che compongono l’arcipelago del dolore. Sicuramente, il meno noto. Degli ebrei si sa, degli armeni qualcosina perché c’è stato un film con Accorsi protagonista, degli zingari un po’ meno, poi vengono le altre categorie colpite. Il 18 maggio è, invece, il giorno in cui 72 anni fa, alle tre di notte che è l’orario preferito degli aguzzini, che coglie la gente dormiente e rilassata, delle camionette della NKVD sono arrivate in perfetto coordinamento fra loro nei villaggi tartari sparsi per la Crimea, portando via di peso chiunque, senza badare all’età, stato di salute o appartenenza al partito comunista. Tempo di svegliarsi, infilarsi le scarpe e salire sul camion. Alcuni hanno fatto in tempo a prendere vestiti caldi, altri, memori di cosa fosse stato fatto agli ebrei nelle stesse zone, erano partiti a mani vuote, convinti di andare verso una fucilazione. Ma ci sono punizioni più lente, più sofisticate. Ad esempio, trovarsi in centocinquanta in un vagone merce, senza acqua né cibo, senza medicine o luce. Vedere morire i bambini neonati di sete e i vecchi di crepacuore. Vedere i loro corpi buttati fuori dal treno in corsa. Scendere dopo settimane di trasporto in una terra arida e piatta. Dover ricominciare tutto da zero, a mani vuote. Mantenendo la propria identità, con in più lo stigma di traditori addosso. Continuare a vivere, sperando che almeno i giovani che erano sul fronte, i valorosi piloti e tiratori scelti, finita la guerra potranno tornare a casa. Invece anche loro, a guerra finita, deportati. Parliamo di circa 200.000 persone. Un’intera città strappata via.

A cosa serviva la deportazione? Con questa azione hanno combinato due necessità: punire un popolo inviso, e togliere dalle zone distrutte dalla guerra famiglie russe bisognose. Mi chiederete: ma come mai si sono accaniti così tanto contro i tartari? Per cominciare, la lista dei popoli deportati è lunga e variegata, e ci troverete un mondo intero, dai coreani ai tedeschi agli assiri, passando per i greci, i bulgari e gli italiani. Deportati completamente: dieci gruppi etnici. Deportati parzialmente, altre decine, inclusi i russi stessi. Per ciascuno di loro c’era una colpa, vera o presunta, basata sui fatti di collaborazionismo o su un’ipotetica possibilità di slealtà, in ogni caso, una colpa collettiva, senza sconti, senza processo. Fatto sta che il rimescolamento e l’indebolimento di comunità eterogene radicate è funzionale al controllo capillare della massa dei sudditi in uno Stato totalitario. Tenerli lontani dal luogo di residenza, spezzando il legame fra le generazioni, mettendo in condizioni difficili di sopravvivenza, creare un abisso geografico e temporale fra il presente e il passato.

E poi decenni di oblio, di distacco, di nostalgia. Vite intere in cui potevi rivedere la tua terra solo nel sogno, aspirare a ritrovarla solo nelle canzoni. E sono sopravvissuti, e si sono salvati stando uniti. Alcuni di loro continuavano a protestare, beccandosi prigione e facendo scioperi di fame di durata inimmaginabile, come Mustafa Jemilev, che ha subito sei detenzioni in prigioni e ha sostenuto lo sciopero di fame più lungo della storia, centinaia di giorni con alimentazione forzata.

Per decenni, vanno in vacanza in Crimea i villeggianti da tutta l’Unione Sovietica, gli unici a non poterci tornare sono i popoli autoctoni. Bisogna evitare che sappiano che nella loro casa ci sono nuovi padroni, che i loro cimiteri e luoghi di culto non ci sono più, che finanche i nomi delle montagne, dei villaggi, dei fiumi sono cambiati. Anzi, certi fiumi non c’è bisogno di rinominarli: si sono prosciugati. Tanto, dopo qualche anno di gestione all’interno della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, la penisola passa sotto la gestione ucraina, visto che l’acqua per l’irrigazione arriva dal Dnipro, e i contadini del sud ucraina sono più esperti nella coltivazione di terre aride. Dal 1954 il territorio passa sotto la gestione ucraina, vive autonomo, finanziato da Kiev ma non per questo ucrainizzato. Va bene per tutti che rimanga russofono, che viva solo nella stagione calda, offrendo le obsolescenti tracce del glorioso passato sovietico alle persone in cerca di mare e sole.

Ai primi anni Novanta il controllo sui deportati è calato, i tartari pian pianino sono tornati. Ben inteso, non nei villaggi, non nelle case di una volta, lasciate con tutto il corredo dentro, dai ritratti dei genitori sul muro fino ai cucchiaini nella credenza. In quelle case ci sono altri padroni, che erano ben contenti, arrivando dalle zone della Russia centrale, di trovare un livello di vita mai visto prima nei loro villaggi, e una terrà che però era per loro arida e ostile. Non ci riuscivano ad ambientarsi: non ci crescevano né cavoli né patate, su queste ripide montagne, dove ogni goccio d’acqua è a peso d’oro. I tartari sì, ci sapevano fare, stando lì da secoli hanno creato dei sistemi per la protezione delle sorgenti, sapevano cosa e come poteva dar frutti in Crimea.

Mi ricordo in un libro per l’infanzia sovietico, il personaggio di donna russa trapiantata in Crimea che odia il mare e continua a lamentarsi di tutto. “Non le piaceva nulla. Non c’era né fiume, né bosco, né funghi… e che razza di terra! Tutto pietra e pietrisco, e qualche sorta di argilla. Se scavi più a fondo, viene fuori il sale.” Se il figlio le faceva notare: “guarda, in compenso qui crescono le albicocche”, lei ribadiva: “invece le semplici patate no”. Alla fine del libro, lei riusciva a convincere la famiglia di tornarsene nel villaggio vicino a Orel, nella Russia centrale. Altri trasferiti sono rimasti, trapiantati, come nelle case dei contadini ucraini morti per via del Holodomor, nel Donbass. Trapiantati e malcontenti, vivevano fianco a fianco con i tartari rientrati. O meglio, ad una giusta distanza, perché gli tartari si prendono abusivamente dei pezzi di terreno fuori dalle città, vivendo nelle baraccopoli, costruendo pian pianino scuole e moschee. Conquistano i loro spazi non sempre in modo legale, e questa trasgressione non mi sembra del tutto inopportuna, visto come sono stati mandati via. Si prendono delle nicchie: gestiscono i ristoranti vicino al mare, i trasporti. Per una ventina d’anni sulla penisola si stabilizza un ecosistema complesso, fatto di città sul mare, villaggi tartari, zone produttive e ricreative, condite con le basi navali russe con statuto autonomo.

Poi arriva la primavera del 2014, e l’Isola di Crimea cambia padrone. Sulle strade “persone cortesi” in tenuta militare senza mostrine, un referendum organizzato in modo anticostituzionale e sbrigativo. La gente va a votare in massa. Loro ci credono davvero che dal giorno dopo vivranno nella bambagia, mantenuti in modo lussuoso dalla Russia, loro patria ritrovata. L’Ucraina però deve continuare a fornire elettricità e acqua, e non deve pretendere di riavere indietro nulla di quel che apparteneva allo Stato fino a un giorno fa. I privati possono svendere, chi non è d’accordo è libero di andarsene.

Tranne i tartari. Loro che non sono d’accordo, altra terra non ne hanno e non vogliono averla. I tartari restano. Il governo di Putin gli lusinga, condannando la deportazione a livello legislativo giusto un mesetto dopo l’annessione della Crimea. Gli ucraini non c’avevano mai pensato, in effetti, arrivano tardi, istituiscono la giornata della memoria solo nel 2015. A livello formale, sono in difetto, ma è comprensibile per un paese in guerra. L’importante è che il popolo crimeano-tartaro diventi parte integrale della lotta dell’Ucraina per l’indipendenza e la sovranità. La Crimea non è dimenticata. Non a caso al concorso Eurovision, una sorta di “campionato europeo” di musica leggera, inviano quest’anno Jamala, una cantante ucraina di padre tartaro e di madre armena, che scrive da sola la sua canzone, canta in inglese e in tartaro, e racconta fin dal titolo – 1944 – quel che è accaduto, alla sua famiglia e al suo popolo. Canta, e vince il primo posto il 14 maggio del 2016. La Russia si prende il terzo posto di tutto rispetto.

jam tree

Jamala durante il concorso Eurovision-2016

Il brutto e l’assurdo cominciano dopo, quando, invece di accontentarsi e di andare avanti a festeggiare, il pubblico russo si blocca e comincia a mettere in dubbio tutto: la vittoria di Jamala e il concorso intero. Frecciatine, battute, parolacce, petizioni per la revisione dei risultati, l’ironica intestazione “concorso di canzone politica” sulla pagina Wiki russa del concorso. In quest’onda di cattiveria c’è una contraddizione di fondo. Se disprezzate tanto l’Europa e il concorso in fattispecie, perché ve la prendete tanto a non averlo vinto? Perché mai partecipate con grande dispendio di soldi ed effetti speciali a qualcosa che organizza la decadente Gayropa? Dubito che i governi di Francia o Germania abbiano fatto fuoco e fiamme mettendo in dubbio l’onesta del voto e il valore dell’intera impresa. I russi sì. La cosa più gentile che hanno detto in TV è che la canzone parla delle “persone che lasciano la propria casa in cerca di una vita migliore”. Il vice-presidente della Duma Vladimir Zhirinovskij scrisse: grazie a questa votazione “abbiamo visto l’imbottitura marcia della eurodemocrazia”. Il resto dei commenti esprimeva una rabbia e un’incapacità di accettare la sconfitta, che poi tanto sconfitta non era, visto che negli anni scorsi si erano piazzati anche più in basso. È che dava fastidio la vittoria dell’Ucraina. La Russia ha reagito come un ragazzino che, perdendo al gioco, rovescia la scacchiera.

Questo ambiguo atteggiamento verso le premiazioni è una tradizione consolidata. In autunno abbiamo assistito all’ondata fredda di disprezzo suscitato dall’assegnazione di premio Nobel per letteratura alla ucraino-belorussa Svetlana Aleksievič. Sembrerebbe: c’è solo da essere orgogliosi, se una persona nata altrove usa la tua lingua come strumento di espressione e focalizza l’attenzione sulla storia recente. In un paese che considera sufficiente la presenza di madrelingua su un territorio per considerarlo proprio, dove si vive nel culto di eventi accaduti 75 anni fa, l’opera di Aleksievič e il suo riconoscimento dovrebbero essere celebrati come la prova vivente della universalità della lingua russa e della forza del popolo che ha superato tante difficoltà. Invece no: è troppo difficile accettare una visione del passato cruda, non edulcorata, troppo difficile riconoscere che una donna e mille voci che lei trasferisce su carta possano e debbano essere la fonte di rappresentazione del passato sovietico e dell’attualità russa nel mondo.

Non dovrei forse stupirmi. Non sarebbe una novità questo “dvoemyslie”, l’orwelliano “bispensiero”: una parola che esisteva già nella lingua russa e sintetizza il funzionamento della coscienza scissa, quando si dice una cosa, si pensa un’altra e si fa una terza, a volte tutto in contemporanea. Ne sapeva qualcosa il poeta Boris Pasternak, quando tocco a lui il premio Nobel nel 1958: condannato in quanto traditore, espulso dall’unione degli scrittori, virtualmente fatto a pezzi in innumerevoli riunioni delle fabbriche e delle scuole, svolte sotto lo slogan “non l’ho letto ma lo condanno”. La colpa? Non era tanto l’aver scritto un romanzo, che di sovversivo aveva solo una visione non edulcorata della rivoluzione d’Ottobre e qualche riflessione filosofica, ma il fatto stesso di essere stato pubblicato e celebrato all’estero, in violazione delle gerarchie interne. Il conferimento dello stesso premio a un gruppo di fisici sovietici nello stesso anno fu celebrata come un importantissimo riconoscimento del valore della scienza sovietica. Stesso stimolo, due reazioni opposte. Un meccanismo ereditato anche dalla Russia moderna, e applicata alla canzone di Jamala: la deportazione dei tartari è riconosciuta ufficialmente come un crimine, ma se il fatto è commemorato da una cantante ucraina, è percepito come un affronto a tutto il popolo russo.

Nulla di nuovo, insomma. Meccanismi perversi ma distanti da noi, direte. Vediamo un po’. 20 aprile del 2016 il Consiglio Regionale del Veneto, evidentemente stanco di occuparsi dei problemi locali, decide di rivolgere lo sguardo allo scacchiere mondiale e propone una propria visione dell’assetto geopolitico europeo, che include la creazione di un comitato contro le sanzioni. Secondo loro, la Crimea ha il diritto all’autodeterminazione e se non la si riconosce l’economia del Veneto andrà in malora. Non sorprende che proprio il Veneto leghista si senta sintonizzato con la regione che ha cambiato paese. Ah, magari anche loro potessero… chissà a quale paese confinante vorranno unirsi poi, l’Austria è l’unica opzione disponibile per motivi geografici, ma ci siamo già passati nell’Ottocento.

Gli elementi del grottesco sono numerosi già in questa fase: intanto, che c’entra il consiglio di una delle regioni con la politica estera del paese intero? Il Consiglio regionale non ha potere di dare ordini al parlamento e al governo. Tanto più se non sono in grado di distinguere fra le sanzioni imposte da organismi internazionali e l’embargo imposto dalla Russia. L’unica immagine che mi viene in mente è il cane che abbaia mentre sfilano gli elefanti del circo ambulante, così ben descritta dal russo Ivan Krylov. Di solito si dice che il can che abbaia non morde, ma poi passano giorni, e con mirabile tempismo, giusto il 18 maggio, il giorno che sapete già è dedicato alla memoria dei tartari deportati, il Consiglio Regionale Veneto accoglie la proposta di risoluzione di aprile, approvando, cito l’Ansa, “costituzione di un comitato contro le sanzioni alla Federazione Russa, per il riconoscimento del diritto di autodeterminazione della Crimea e per la difesa delle nostre produzioni”. Detto in altre parole, non ce ne importa nulla delle illegalità geopolitiche, noi vogliamo far soldi come eravamo abituati a fare finora, e poi ci piace se un paese è fatto a pezzi, ci riconosciamo.

In effetti, non farebbe male un comitato che agirebbe per il risanamento dei rapporti, restituzione di Crimea e pace nel mondo. Per essere efficace dovrebbe essere creato a livelli un po’ più alti, solo che lo scopo è altro: creare un’azione di sostegno alla Russia che costi poco e faccia effetto non tanto in casa, dove i leghisti non vengono presi sul serio, ma in Russia. Ripercorriamo le date: 14 maggio Jamala vince Eurovision. Lanciare delle raccolte firme on-line che “hanno quasi raggiunto la soglia prestabilita” per poter dire “L’Europa vuole impugnare i risultati del concorso” faceva una figura un po’ magra. Ci voleva un contraccolpo, un bilanciamento mediatico, un appiglio per l’orgoglio ferito dalla vittoria altrui. Fa niente se il lungimirante Consiglio esista all’interno della stessa “eurodemocrazia marcia” che tanto disprezzano. 17 maggio la proposta di votazione, 18 la votazione. Bingo! Abbiamo un bel titolo per i giornali russi, su cui deviare l’attenzione. Gli europei non hanno voluto abbastanza bene al nostro cantante? Invece qui, a Venezia, ci vogliono bene, sono bravi! Per citarne una, “Izvestija”, la testata sopravvissuta dai tempi sovietici, quel giorno titolava: “Il Consiglio del Veneto ha riconosciuto la Crimea come parte della Russia”. Avranno un loro inviato speciale che ha tradotto male, chissà. Domani giù al bar sotto caso formiamo il comitato per il ripristino della dinastia scaligera, lo incarichiamo di consigliare alla Regione Veneto di riconoscere la sovranità di Verona, e un giornale russo titolerà in tempo reale: “Gli Scaligeri sono tornati”.

Le cause e le conseguenze sono invertite. La Russia era già sotto le sanzioni al momento dell’aggressione all’Ucraina nella primavera del 2014. Le sanzioni riguardavano solo un ristretto gruppo di funzionari del governo. Dopo il furto di Crimea, hanno allargato la lista ad alcuni elementi finanziari, in sostanza vietando alle banche estere prestare danaro alle banche russe. In effetti, se hai scoperto che uno bara al gioco, difficilmente gli darai a deposito qualcosa che è tuo. Niente prestito, niente progetti nuovi, limitazioni sulla vendita di tecnologie, caduta del prezzo del petrolio, spese folli per le Olimpiadi invernali, spese nuove per mantenere la Crimea, spese per la guerra in Donbass. Se un’economia è in calo, sorge il bisogno di misure protezioniste.

Per questo in agosto del 2014 la Russia dichiara il divieto parziale di importazioni dei prodotti alimentari. L’idea è di permettere ai produttori locali di allargare il mercato. L’autarchia a volte stimola la crescita, peccato che il clima non cambia seguendo solo la volontà del governo e rimane difficile produrre, conservare, trasportare. Le carote arrivano da Israele, come prima, mentre le cozze devono fare un giretto più lungo, passando per la Bielorussia, che di sanzioni non ne ha. Si fa una triangolazione, il prezzo aumenta, tutto si complica, le vendite calano, perché il prezzo sale e il potere d’acquisto scende.

Nel Veneto, la sequenza dei fatti è presto dimenticata. Le sanzioni confuse con l’embargo si trasformano in uno spauracchio di cui tutti hanno dimenticato la paternità e l’origine. La logica semplice e lineare dovrebbe suggerire: se sono davvero le sanzioni a ostacolare il commercio con l’ottavo partner commerciale del Veneto, rimuovete la ragione per cui sono state imposte, lavorate per restituire la Crimea, per fermare la guerra in Donbass, per risanare i rapporti fra due paesi. Siate promotori di pace, seguite l’indicazione di papa Francesco. Avete bisogno di nuovi mercati? Lavorate per concludere la guerra in Ucraina, vendete la vostra roba anche lì. Invece di calcolare i profitti mancati, pensate ai bambini tartari morti nella deportazione e ai bambini ucraini che diventano orfani, ogni giorno.

La realtà è facile da distorcere. A febbraio ho visitato una piccola cantina qui, nel veronese. Ho chiesto se vendono in Russia, e la proprietaria mi ha detto: “no, vendevamo qualcosina prima, ma poi hanno proibito di vendere vino in Russia, e allora niente, non lo facciamo più”. Ero sorpresa: il vino non era nella lista di prodotti proibiti, ne sono certa. Quando l’ho detto alla signora, ha fatto spallucce: “boh, abbiamo sentito dire che non si poteva…”

Così avranno sentito anche i consiglieri, probabilmente, o forse hanno avuto una velina con indicazioni precise. A leggere la loro risoluzione, mi pare di riconoscere la versione dei fatti leggermente colorata di Aquafresch, in cui si parte a costruire il castello di sabbia dal fatto che il principe Vladimir fu il primo sovrano russo. Peccato che la Russia come Stato unitario nasca nel XV secolo con lo zar Ivan il Terribile. Nei tempi di Vladimir e del suo battesimo la capitale era a Kiev e il paese si chiamava Rus’ Kievana. Mosca, per intenderci, è menzionata per la prima volta nel 1147. Il battesimo di Vladimir è accaduto nel 998.

Anche se, per qualche bizzarra turbolenza spazio-temporale, potessimo presumere che Vladimir abbia avuto qualche pertinenza con la Russia odierna: da quando gli eventi religiosi del passato legittimano le pretese territoriali odierne? Credevo che le Crociate per la liberazione di Gerusalemme avessero insegnato una lezioncina alla civiltà europea, invece no. Allora cominciamo con il ridare agli armeni il monte Ararat, e poi diciamolo, Gesù è stato battezzato nel fiume Giordano, questo ci autorizza certamente andare ad annettere all’Italia (o a ogni altro paese cattolico) uno dei paesi che tale fiume attraversa. Cosa, nessuna di quelle ha confine con l’Italia? Se per questo, fra la Crimea e la Russia è lo stesso, zero passaggio via terra. Ma per il Consiglio Regionale Veneto basta la storia del battezzato Vladimir. Ah, dimenticavo, sapete per quale motivo il principe di Kiev si trovava in Crimea? Nel 988 ne aveva giusto conquistato un pezzo, e stava per continuare le conquiste in direzione di Costantinopoli. In alternativa alla distruzione della città, aveva chiesto in moglie la sorella degli imperatori bizantini. L’ha ottenuta, e per sposarla si è convertito. Un grande atto di elevazione spirituale.

Dal Santo Vladimir il balzo nel tempo dei Consiglieri è veramente mirabile: dal 988 arrivano al 1783, senza menzionare che nel frattempo la Crimea era di chiunque tranne che dei russi. Secondo loro “rimase un punto importante per l’Impero Russo per via della posizione geografica”. Anche Gerusalemme ormai non più liberabile era per molti un “punto importante”; la Crimea lo era anche per turchi, greci, bulgari, – solo che non apparteneva a loro, ma ai tartari.

Andando avanti con l’analisi, specificano che lo spostamento di amministrazione della Crimea nel 1954 era avvenuto “senza previo consulto della popolazione”. Mi piacerebbe sapere in quali occasioni il popolo veniva consultato in quel paese, perché finora risultava che nessuno dei molteplici ri-disegnamenti della mappa sovietica era fatto dal basso in altro. L’unico referendum che viene in mente è quello per lo scioglimento del URSS.

Mettiamo che la storia non è il loro forte e non sono tenuti a conoscerla. Dovrebbero avere però le nozioni di logica formale. Eppure, non li turba affatto che un territorio con già ampie prerogative di autogestione, voti per essere indipendente (e fin li ci siamo), e lo stesso giorno l’aspirante paese indipendente si unisce ad un altro, in cui inneggiare al separatismo ti porta in prigione per cinque anni. Se seguissimo la logica di “popolo ha il diritto sul proprio territorio”, avrebbe senso che proponessero ai tartari di Crimea di unirsi alla Turchia. Tirando in ballo il diritto di auto-determinazione dei popoli, si cita il solito esempio del Kosovo, dimenticando le discrepanze non trascurabili: il Kosovo è indipendente (non si è unito nemmeno all’Albania, così vicina etnicamente), la transizione è durata anni, ci vive un gruppo compatto etnicamente di popolazione autonoma, è riconosciuto dalla maggioranza dei paesi (la Russia no, a proposito). Confrontiamo: la Crimea c’ha messo un paio di settimane e si è unita alla Federazione Russa, (in cui il separatismo è vietato), è riconosciuta da paesi notevolmente “democratici” come Afghanistan, Cuba, Nicaragua, Corea del Nord, Siria e Venezuela. Nemmeno la Bielorussia si è sbilanciata. Il Consiglio Regionale del Veneto invece ha preso una posizione molto chiara.

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Nella parte di analisi statistica la Risoluzione N° 15 parla di nuovo di embargo, senza specificare chiaramente da chi è stato imposto. Calcolando le importazioni mancate, in Russia, dimentica di specificare che è stata la Russia stessa, per ripicca, a vietare l’importazione di alcuni prodotti alimentari (vino no), e di sconsigliare alla pubblica amministrazione di acquistare all’estero dispositivi medici, automezzi e tessili. L’asimmetria di reazione è palese. L’UE vieta alle banche di far prestito di danaro alla Russia, e quest’ultima vieta di comprare mele in Polonia e yogurt in Finlandia.

Nella risoluzione poi si parla di aziende ridotte al fallimento dall’Europa, – anche se l’embargo è imposto dalla Russia, mentre la Commissione Europea si è subito attivata per l’erogazione di fondi a supporto dei prodotti europei danneggiati dall’embargo. Si piange per la riduzione dei contatti con la Russia, e tanto vale per dire “l’Europa si sta isolando dal resto del mondo” (il loro mondo è la Russia, che legame sorprendente!); che nel contempo si aprono altri mercati, ad esempio quelli ucraini, passa inosservato; e non viene considerato che l’esportazione principale va verso altri paesi della UE. I più colpiti dall’embargo sono in realtà quelli vicini alla Russia – paesi Baltici, Polonia, Finlandia, ma non per questo loro inneggiano al riconoscimento di violenze perpetuate ai danni dell’Ucraina. Semmai insistono sull’osservazione degli accordi di Minsk. Conoscono fin troppo bene come ci si sente a essere annessi con forza alla Grande Madre Russia.

Sotto le sanzioni ci sono le armi e i prodotti di alta tecnologia. Sotto l’embargo di risposta, carne, verdura, latticini, seguiti da limitazioni sulla vendita agli enti pubblici russi di tessili, abbigliamento, calzature e pelli, dispositivi medici, automobili vari. Null’altro è vietato. Non esiste un muro insormontabile, eretto dall’Europa, bensì un abisso in cui è caduto il rublo, a creare il disturbo. Nel 2009 il calo delle esportazioni venete verso la Russia era di gran lunga più drastico. L’esportazione crolla quando il rublo crolla, e poi a volte i mercati si saturano. Non è un caso, se le esportazioni verso la Russia dei prodotti inclusi nell’embargo avevano iniziato a contrarsi già all’inizio del 2014, quando le sanzioni anti-russe non erano ancora state approvate. Nella risoluzione non si parla del fatto che l’economia russa non sta bene, vuoi per malgoverno, vuoi per sfavorevole congettura economica estera, vedi alla voce ‘prezzo del petrolio’. In sostanza, la Russia ha perso il potere d’acquisto, l’Italia continua a produrre e a esportare, altri paesi diventano partner più importanti, la Russia scende in basso nella classifica. L’incidenza di questa discesa sul totale di esportazioni è di 1,1% (2,8% del 2013 è diventato 1,7% nel 2015), vanno davanti i mercati in crescita come Polonia, Cina, Turchia; insomma, normali dinamiche economiche. Ma c’è chi ne fa un cruccio, ed è pronto a remare contro le leggi internazionali, e a giustificare l’ingiusto.

Il mercato è un organismo vivo. Oggi dal Veneto verso la Russia si è bloccato il mercato della moda, la meccanica, l’arredamento e il comparto ottico, ma aumentano le esportazioni di prodotti farmaceutici, chimici, apparecchiature elettriche, tabacchi e giocattoli. In contempo, l’esportazione cresce verso altri paesi. Oppure, vendono di più altre regioni: Laddove Veneto indietreggia, avanza, ad esempio, Sicilia, dove l’esportazione verso la Russia è cresciuta proprio nel 2015. Sta alla capacità degli uffici vendita trovare le alternative, e molti ci riescono. Troppo presi con gli excursus storici, i Consiglieri dimenticano di menzionare un dato che dovrebbero conoscere bene: nel 2015 il l Veneto ha aumentato le esportazioni totali del 5,3%. Potrei azzardare l’ipotesi che il 30,6% di meno con la Federazione Russa può essere compensato dal +16,6% per gli Stati Uniti e +17% per il Regno Unito, ma il fatto resta: il Veneto è secondo solo al Piemonte fra le regioni che incrementano le proprie vendite all’estero.

L’ipocrisia, ecco cos’è. Mettere davanti degli argomenti tanto altisonanti quanto falsi, appellandosi alla giustizia storica, per nascondere la preoccupazione puramente economica che, mentre i russi si chiudono dietro l’embargo allo scopo di stimolare la produzione interna, arrivino i concorrenti temuti – Cina, Turchia, – e rubino la reputazione conquistata dai veneti. Sarebbe logico in tal caso contestare il comportamento del paese che vira verso la chiusura autarchica e viola i contratti. Ma se è la Russia che paga…. il cane abbaia nella direzione indicata.