2. Memorando

Il sogno euro-ucraino V: la normalità della rivolta

È per la neve o per la rivoluzione che non partiamo? – si domandava la gente al check-in. Era solo la neve, solo cinque ore di attesa, con persone rassegnate che vogliono una cosa: tornare a casa. Fra i passeggeri del volo rimandato anche qualche italiano che accompagna la moglie, businessman di entrambe le nazioni e dei giovani che vanno a curiosare: vedere la rivolta incorsa è un’esperienza stuzzicante.

bimbo con bandiera. foto: Marina Sorina.

bimbo con bandiera. foto: Marina Sorina.

Però niente fumogeni, niente fuoco, nulla di quel che si associa di solito agli scontri di piazza. La cosa che più mi ha colpito quando sono arrivata sul viale Khreschatik è la normalità. Giri intorno alle barricate, fatte con la neve compattata e assi di legno e protette dai guardiani che si scaldano al fuoco, e vedi… il solito Khreschatik, con le famiglie che passeggiano, ragazze che si fotografano, abbracciate, e addirittura una giostra natalizia con una bandiera gialloblù in cima. Come di solito, circolano gli artisti di strada travestiti dai personaggi dei cartoni animati, facendosi fotografare e salutando goffamente con le zampe di peluche. Le bandiere tutte intorno, gli slogan, e se non fosse per il mega-schermo e la musica rock che arriva dal palco sembrerebbe di assistere alla fine di una manifestazione di sovietica memoria, oppure ad una mega-scampagnata. I negozi di lusso e i ristoranti eleganti sono aperti e pieni di gente. Nessuna vetrina spaccata, nessun bancomat bruciato, niente cestini incendiati. Difficile non fare confronti con l’Italia, dove all’arrivo di una manifestazione vari commercianti abbassano per precauzione le serrande, onde evitare danni alla proprietà. Qui le serrande non sono previste proprio. Anzi, il commercio ferve: numerose le macchine che vendono bibite calde, da tre giorni sono in vendita le calamite di Euromajdan, ovunque i banchetti con bandierine, nastri gialloblù e – perché no? – dei palloncini colorati. I pasticceri si sono adeguati e vendono le ciambelle con la glassa blu e tante stelline.

Più avanti ci sono le file delle tende dove si raccolgono le firme per l’impeachement del presidente e si regalano gli adesivi, e la cucina, dove le volontarie distribuiscono piatti caldi. Il menù è in linea con la tradizione: carne grigliata e sottaceti fatti in casa. Vicino al loro fumoso chiosco c’è della musica allegra: un violino e un tamburo segnano il passo di danza e una cerchia di coppiette gira in tondo, applaudita dal pubblico che non se la sente di improvvisare. Alcune danzatrici hanno lo scialle tradizionale variopinto buttato sulle spalle sopra un cappotto alla moda. La musica popolare e la canzone allegra fanno sorridere tutti. È il giorno di Sant’Andrea, quando per tradizione si andava a ballare per scegliere la futura moglie: così spiega un signore dietro le mie spalle.

Dopo la cerchia dei danzanti e diverse macchine con nomi delle varie città del paese, le barricate più alte, che assomigliano alla palizzata di un piccolo castello medioevale. Sono decorate con vari strati di slogan arrabbiati o ironici. Dietro, il Majdan vero e proprio. Gente, gente, gente: anziani, giovani, famiglie coi bambini, organizzatori, preti, anziani, buddisti, veterani della guerra in Afghanistan, signore con le pellicce lunghe e tacchi alti, giornalisti sfiniti dalla stanchezza, personaggi coloriti con il costume nazionale.

Metà dei manifestanti è decorata con i colori nazionali: una bandiera sulle spalle, un nastrino bicolore, le ragazze con le corone di fiori. Su varie bandiere è tracciato il nome della città di provenienza del gruppo, per lo più dell’Ucraina occidentale. Ci sono anche bandiere di paesi-amici: Georgia, Polonia, Romania e Canada, in rappresentanza degli ucraini canadesi. Trecento di loro sono venuti a Kiev, e la bandiera bianco-rossa per l’occasione è diventata gialloblù. Le ragazze con i vassoi colmi del te caldo e di sandwich circolano cautamente, offrendo a rinfresco a chi ne ha bisogno. Un ragazzo sta cambiando il sacco al cestino di immondizia: raccoglie anche i rifiuti caduti per terra, i passanti gli aiutano. Un piccolo abete con toccanti addobbi natalizi di fragile vetro colorato sta a fianco della Jalynka, enorme costruzione metallica su cui veniva di solito montato l’abete nazionale. È per fare questo decoro che la notte del 30 novembre le forze dell’ordine hanno cercato di caricare i manifestanti. Quella volta erano qualche migliaio, ora sono una marea. La struttura è stata rivestita con cartelloni, bandiere, volantini. Una scritta in rosso avverte: non arrampicarsi, è pericoloso.

euro-ciambelle

euro-ciambelle

In disparte – le tende del soccorso medico e le cucine base. Le volontarie tagliano il pane nero, il lardo, servito come si deve, con sale e aglio. La gente si scalda ai fuochi, la legna è accatastata con cura. I bagni chimici sono allineati in lunghe file e non c’è (quasi) odore cattivo. In una stradina tranquilla stanno i pulmini delle compagnie televisive che trasmettono in diretta. Dall’altra parte della piazza c’è un piccolo palco, dove si tengono lezioni di economia e filosofia. C’è un punto di ritrovo per chi si è perso, le bacheche con gli annunci utili: zone dove prende wi-fi, ricerca delle persone scomparse, ostelli che ospitano gratuitamente. In un angolo è esposto un lungo elenco delle ditte che sostengono il governo e dei prodotti da loro prodotti. Alla stampa sono stati aggiunti a mano diversi nomi. La gente legge e prende nota.

Sopra l’odore di fumo, risuona la musica, fra rock, opera lirica e valzer sentimentali, e ogni ora, puntuali, si canta in coro l’inno nazionale.

La violenza non c’è in questa piazza. Non ci sono sguardi sospettosi, e l’unica volta che sono stata rimproverata era per un tentativo di staccare un adesivo dal muro. Tutto il resto erano brevi dialoghi al volo, scambi di informazioni, qualche discorso filosofico, qualche gentilezza. Una volta mi sono appoggiata al davanzale di una banca per rivedere le foto, e dovevo schivare le gocce della pioggia e nello stesso tempo evitare il granito bagnato. Dovevo contorcersi non poco, se fra qualche minuto si è avvicinato uno dei manifestanti: signorina, si sente male? Serve aiuto?

Ho cercato di descrivere il Majdan in dettaglio, ma non bastano le parole per rendere la vastità e la vivacità di questa protesta più europea di molte proteste europee. Valeva la pena venire fin qui, per poter dire senza ombra di dubbio: i mass media che denigrano Majdan dicono bugie maliziose. La protesta che ho visto rispecchia la natura del popolo ucraino e dimostra che è una nazione già europea – se per valori europei si intende solidarietà, rispetto, creatività e apertura al mondo.

Marina, 13 dicembre 2013

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2 thoughts on “Il sogno euro-ucraino V: la normalità della rivolta

  1. Complimenti ! Ha rappresentato veramente cosa è Euro Maidan e ne ha colto lo spirito ! Questo forse fa paura a tanti governanti in Europa che hanno tutto l’interesse a che le manifestazioni si svolgano con atti violenti per poter scatenare la repressione e non affrontare le vere ragioni della protesta.

  2. Non solo lo trovo un bel articolo, ma per i minuti che ho impiegato a leggerlo mi è sembrato d’essere li con Marina Sorina a passeggiare tra la gente… GRAZIE

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