4. Espressioni

Amir

 Come e quando è arrivato in Italia Amir non se lo ricorda, era troppo piccolo. Non che adesso fosse molto più grande, poiché sono passati soltanto 2 o 3 anni dal suo arrivo. Si ricorda vagamente la mamma, che tossiva sempre e quando usciva per la strada si nascondeva il viso dietro un velo scuro. Non parlava quasi mai e i suoi occhi – o Dio, come si ricorda Amir i suoi occhi – erano vellutati e tristi, come quelli di un capriolo ferito. Nei ultimi tempi lo abbracciava sempre più spesso e lo stringeva così forte da fargli male, ma lui faceva finta di niente, perché quegli abbracci Amir li adorava. Morì una sera d’estate, e il suo mondo non fu più lo stesso. La cosa che più gli mancava ad Amir della sua mamma erano proprio quegli occhi vellutati e tristi, e quegli abbracci forti.

Amir in arabo vuol dire principe

Amir in arabo vuol dire principe

Rahim, suo padre, non versò una lacrima, perché gli uomini afgani sono fatti così, non piangono mai. Amir era soltanto un piccolo afgano, perciò le lacrime gli bagnarono abbondantemente le guance pallide.

Dopo la morte della mamma, Rahim, suo padre, si arrabbiava per qualsiasi cosa ed era sempre nervoso. Lavorava come falegname presso un cantiere edile nei dintorni, anche se in Afganistan più che un falegname era stato un artista del legno, come gli piaceva definirsi. Di notte Amir lo sentiva parlare da solo. Imprecava fra i denti e bestemmiava contro i maledetti barbuti, per colpa dei quali loro dovettero abbandonare l’amato Afganistan. Amir non sapeva chi fossero quei maledetti barbuti che suo padre odiava tanto, ma una cosa era certa, li avrebbe odiati anche lui!

Dopo alcuni mesi si ammalò pure suo padre. Commozione cerebrale, dissero i medici, e da quel giorno Amir cominciò ad odiare anche la commozione cerebrale, benché non avesse la minima idea di cosa fosse. Rahim, suo padre, entrò in coma, ed era come se fosse morto. I medici lo attaccarono a delle macchine, e dalle loro facce Amir capì che non c’era più niente da fare.

Lo portarono in una casa di accoglienza. Amir aveva 7 anni quando rimase da solo, senza nessuno al mondo, in un paese straniero che non conosceva e del quale parlava poco la lingua. Si chiuse dentro di se e non volle più comunicare con nessuno, e non perché non parlasse bene l’italiano, ma perché aveva paura di tutto e di tutti. Il piccolo afgano, come lo chiamavano in quella specie di orfanotrofio, faceva di tutto per passare inosservato. Così, quando una sera scavalcò il muro di cinta e si dileguò nel buio, gli altri si accorsero della sua mancanza soltanto il giorno dopo.

Erano passati 5 mesi dalla sua fuga ed era ormai pieno inverno, ma qui in Italia l’inverno non somigliava per niente a quello del suo amato Afganistan, dove la neve copriva ogni cosa e il freddo bruciava la carne. Ecco perché Amir non aveva mai freddo. Vagava per le strade, senza una meta, senza sapere dove andare o cosa fare. Dormiva in un casa abbandonata e mangiava quello che capitava. Imparò a cavarsela da solo. Imparò meglio anche la lingua. Fu un povero vecchietto con il quale condivise per un po’ la casa abbandonata ad insegnargliela. Amir non dimenticherà mai il loro primo incontro. Quando lo vide con quella barba lunga e spettinata, gli vennero in mente subito i maledetti barbuti, i terribili nemici di suo padre e lo prese a sassate. Poi, piano piano, il vecchietto riuscì a conquistare la sua fiducia. Lui non era un maledetto barbuto, era soltanto un povero uomo rimasto senza casa, un barbone, così li chiamano in Italia. Più tardi, il vecchio gli spiegherà che quei maledetti barbuti per la colpa dei quali loro hanno dovuto abbandonare l’amato Afganistan, erano i talebani, i terribili guerrieri vestiti di nero e con le barbe lunghe.

Amir decise di cambiare città dopo che vide una sua foto sul cruscotto di una macchina della polizia. Salì sul treno che lo portò a Milano. Milano era una città molto più grande dell’ultimo posto dove Amir visse fino a quel momento. Ma lui non si spaventò, ormai aveva imparato a non avere paura di niente. Si nascondeva soltanto alla vista degli agenti in uniforme, perché sapeva che questi lo cercavano per riportarlo nella casa di accoglienza, e là Amir non voleva più tornare. Gli ci volle un po’ prima di conoscere e di capire la città. Ogni tanto mendicava a qualche semaforo, e di notte dormiva come sempre in una casa abbandonata.

Trovò una casa vicino alla stazione di Sesto San Giovani, proprio all’ultima fermata della metro rossa. Era un vecchio stabile abbandonato, malridotto, comunque con dei muri e un tetto sopra. Non era l’unico ad aver trovato riparo in quel posto, c’erano almeno altre 10 persone, 10 disperati come lui. Piano piano Amir fece amicizia con tutti e divenne la mascotte della casa. Mangiava alla Caritas ma ci doveva andare sempre insieme a qualche adulto, altrimenti il personale della mensa avrebbe informato le autorità della presenza di un minore senza genitori.

Si avvicinava il Natale e la città brillava. Amir non sapeva esattamente che cosa significasse il Natale, sapeva che c’era qualcosa di religioso, qualcosa sulla nascita del profeta dei cristiani, ma a lui questo importava poco. E non perché lui fosse mussulmano, ma perché tutto quello che aveva a che fare con Dio, o Allah, come lo si vuol chiamare, ad Amir non piaceva, perché Dio portò via i suoi genitori.

Comunque, l’atmosfera festaiola che regnava nella città, le luci che brillavano dappertutto, facevano brillare anche i suoi occhi. Il posto che più amava a Milano era la piazza davanti al Duomo e la Galleria. Stava là per ore a guardare la gente, a guardare le loro facce, i loro sorrisi. Ogni tanto Amir riusciva a scoprire qualche viso che gli sembrava famigliare. Una volta gli sembro addirittura di scorgere il viso di sua madre tra la folla. Gli corse dietro ma non era lei.

Nella Galleria del Duomo, proprio nella piazzola centrale della galleria, degli operai stavano lavorando a qualcosa ormai da una settimana. Piano piano prendeva vita lo scorcio di un villaggio. Amir rimase a bocca aperta: quello che costruivano gli operai sembrava proprio un pezzo del suo villaggio dell’Afganistan. Naturalmente Amir non poteva ricordarsi quasi niente del suo paese, aveva appena 4 anni quando dovettero scappare via davanti all’orda selvaggia dei talebani, ma i suoi portarono con loro un sacco di foto e lui le aveva guardate migliaia di volte. Non c’era dubbio, quello che gli operai costruivano nella Galleria del Duomo era proprio uno scorcio del suo villaggio. Le stesse case piccole con dei cortili circondati da cinte di asse di legno, la strada polverosa senza asfalto, la stalla, pure la stalla per gli animali c’era! Rimase là per ore a guardare gli operai al lavoro. Anche la gente che passava di lì guardava con meraviglia quel scorcio di villaggio.

“Guarda tesoro, in un villaggio come questo è nato il nostro Signore Gesù!“ disse una mamma al suo piccolo.

“Quindi, il Profeta dei cristiani Gesù è nato in un villaggio come il mio!” pensò Amir, e questo pensiero, chi sa perché, lo rese felice.

Era sera ormai e gli operai radunarono i loro attrezzi.

“Capo, allora domani arriva il falegname?” chiese uno degli operai.

“Sì, dicono sia molto bravo, ha scolpito in legno tutti i personaggi, un vero artista!” rispose quello che sembrava a essere il capo.

Gli operai se ne andarono, Amir invece rimase ancora lì a fissare “il suo villaggio”. Tutte le lucci si accesero e tutto intorno brillava come in una fiaba. La gente gli passava acanto, indaffarata e impassibile come sempre. Le terrazze dei bar nella Galleria erano piene, i negozi altrettanto. La città era come un formicaio, tutti avevano qualcosa da fare, da sbrigare, solo lui se ne stava lì, fermo ormai da ore, immerso nei ricordi che non ricordava, ma quali, da qualche parte nel suo cuore, in qualche angolo remoto e nascosto della sua anima, erano presenti.

La notte andava avanti e piano piano la Galleria si svuotava. Amir vide due agenti che si stavano avvicinando al “suo villaggio”. Non ci pensò tanto, in un attimo scavalcò la cinta di assicelle di legno e si nascose nella stalla del “suo villaggio”. Nessuno si accorse di lui. Per mezzora non si mosse, aveva paura che qualcuno lo veda.

Poi, a poco a poco il silenzio scese nella Galleria. I negozi e i bar chiusero e la gente se ne andò. Ogni tanto passavano degli agenti, e al loro passaggio Amir non respirava neanche. Non c’era modo per uscire da lì senza essere notato da qualcuno. Ma ad Amir non dispiaceva per niente stare in quel posto. Lì si sentiva accasa. L’odore della paglia nella mangiatoia gli era famigliare, così come l’odore del legno. “Perché un Profeta sceglie un posto come questo per nascere?” si domandò lui, guardandosi intorno. In un angolo c’erano gli attrezzi del contadino: la sapa, la forca, la falce, il rastrello. Mancava qualcosa però, mancavano gli animali, ed il Profeta che doveva nascere! Amir ebbe come una sensazione, come un ricordo annebbiato, un immagine sbiadita: era piccolo e stava dormendo nella mangiatoia delle bufale – questo se lo ricorda bene, in Afganistan loro allevavano bufale – e le bufale lo leccavano … sì, deve essere stato proprio così, perché si ricordava bene la loro lingua ruvida, il loro fiato caldo, i loro musi neri come il carbone e lo sguardo tenero e triste, quasi come quello di sua madre.

Amir era stanco. S’infilò nella mangiatoia e si coprì con la paglia. Chiuse gli occhi e le bufale cominciarono a leccarlo, sentiva il loro odore e il loro fiato caldo. Amir era ritornato accasa.

“Venite, venite – disse l’operaio che per primo entrò nella stalla del Presepe – fatte piano però … guardate!”

Nella mangiatoia Amir stava ancora dormendo.

“Madonna santa, sembra proprio Gesù” disse uno degli operai facendosi il segno della croce, mentre una lacrima gli scendeva giù per la guancia.

“Lasciamolo dormire ancora, poveretto.”

Gli operai uscirono in silenzio dalla stalla. Arrivò anche il capo insieme al falegname.

“Salve ragazzi, che cosa sta succedendo, sembra che avete appena visto Gesù Cristo!” Poi si girò verso il falegname che lo accompagnava: “Lui è Rahim, un bravissimo falegname afgano che ha fatto con le sue mani tutti i personaggi del nostro Presepe.”

Il sole era già alto nel cielo e i suoi raggi attraversarono i vetri colorati della Galleria, spruzzando una pioggia di colore sui visi degli operai. Mancava poco al Natale!

AMIR di Viorel Boldis è stato premiato al Concorso per la Letteratura Migrante per l’Infanzia 2009

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