5. Letture d'altrove

Destini paralleli: La problematica della lingua fra Kateb Yassin e Kader Abdolah.

Parte Prima: Kateb Yassin: Dall’esilio alla scoperta dell’Io linguistico.    

Accingendomi a scrivere questo pezzo, il titolo mi veniva  in mente quasi automaticamente, paradossalmente era in arabo, la mia lingua madre.

Negli ultimi 14 anni l’arabo è stata la lingua che ho utilizzato meno, per pensare, per esprimermi e per scrivere.

Trattando in questo articolo della problematica della lingua nella scrittura di due uomini di lettere e di lingue, inconsciamente ho pensato ad un titolo in arabo come per  dimostrare a me stesso d’essere immune alla “Questione Linguistica”. Ma non lo sono affatto.

Comunque, lontano da me angustiarvi con i miei tarli mentali. Qui si tratta di altro e di altri.

Nel panorama degli autori che hanno scritto in una lingua non presa dal seno materno l’algerino Kateb Yassin e l’iraniano, naturalizzato olandese, Kader Abdolah costituiscono dei casi emblematici.

Autore poliedrico, Kateb Yassin, passava dal romanzo alla poesia, dal teatro al reportage giornalistico con una maestria fuori dal comune, consacrandosi come uno dei più grandi autori francofoni di tutti i tempi, inoltre la critica è unanime nel considerarlo il fondatore della letteratura francofona maghrebina.

Yassin, che portava il suo destino nel proprio nome, di fatto Kateb in arabo significa “Scrittore”, abbinò all’attività di autore un grande impegno sociale e politico a favore del suo paese e di tutti i paesi cosiddetti del Terzo mondo, conoscendo la prigione e l’esilio.

Nell’abbondante opera dell’autore di Nedjma * non è difficile trovare dei denominatori comuni: la lotta per la libertà e la giustizia, il desiderio di emancipare il suo popolo, di portarlo dentro modernità, l’interrogare la storia per meglio valorizzarla e alla fine la ricerca di un identità individuale e collettiva, sono queste le tematiche/problematiche che mossero il pensiero e il verbo Katebiano.

Per un autore con la sensibilità umana, sociale e politica di cui Kateb Yassin era dotato,  la “Frattura” con la lingua francese non poteva che essere inevitabile. Formato sin dall’infanzia nella lingua dell’occupante lo scrittore algerino sente ad un certo punto l’alienazione alla quale lo condanna quella lingua importata. Non si apprende solo una lingua, ma con e nella lingua si apprende tutto un sistema di pensiero e di interpretazione.

Forse non tutti riescono ad  immaginare la precarietà emotiva, affettiva  e cognitiva alla quale si è soggetti quando si pensa e si  scrive in una lingua diversa da quella materna, ecco perché anch’io non sono estraneo alla “Questione Linguistica”

Kateb Yassin fu indubbiamente il primo intellettuale arabo/Amazigh a  mettere in evidenza “l’esilio interiore” comune a tutti quei colonizzati che nell’addomesticare la lingua del “nemico” perdono il nesso non solo con la lingua madre, ma anche con il mondo di cui essa è interprete.  Nel 1966 esce il romanzo Le Polygone étoilè ** (Il Poligono stellato) ed è sicuramente il lavoro più rappresentativo che esprime quel rapporto ambiguo e conflittuale che l’autore, e con lui tutta una generazione di intellettuali, intrattennero con la lingua francese.

Se inizialmente Yassin intendeva con l’apprendimento  della lingua di Molière di emanciparsi dalla segregazione alla quale la sua posizione di occupato lo condannava, in seguito attraverso la scrittura riuscì anche ad assoggettare questa lingua  ai dettami di trame, espressioni,  modi di dire e di pensare non  autoctoni in essa, bensì figli della cultura del paese occupato. Ma in verità questo frequentare i campi elisi dell’ idioma del nemico è finito solo per  portarlo ad uno sradicamento dalla lingua madre, dal legame ancestrale e primordiale che lega ogni persona al suo passato e alla sua terra.  In altre parole l’ha portato ad un doppio esilio, o come direbbe il suo concittadino il sociologo Abdel Malek Sayyed ad “Una doppia assenza”.

La lingua francese in “ Le Poligono stellato” assume le sembianze di una “trappola”, di una donna accattivante che “offre il suo corpo e i suoi occhi” per imprigionare l’autore “nelle onde di un mare mosso  dalle  profondità violente”. Solo la rottura con questa donna satanica può riportare Kateb Yassin a riappropriarsi di quei “tesori inalienabili” che la madre, la lingua madre e la terra natia offrono.

Kateb Yassin realizza questa rottura, abbandona la lingua che considerava “un bottino di guerra”,  la lingua di cui diceva nel 1966 : « la francofonia è una macchina politica neo-coloniale, che perpetua la nostra alienazione, ma l’uso della lingua francese non significa che sono l’agente di una potenza straniera, ho scritto in francese per dire ai francesi che non sono francese” . Realizza la rottura  e torna  al punto di partenza.

Nel 1970 Yassin si stabilisce  in Algeria e annuncia che non scriverà più in francese. 

Si butta capofitto nella realizzazione di un teatro algerino , popolare, epico e satirico.

Un teatro parlante con la lingua del popolo cioè in dialetto arabo algerino e poi successivamente in lingua Amazigh.

Scrive poesie in Tamazight e gira città, paesini e campagne sperdute per rappresentare le sue piece teatrali :“Quando si parla al popolo nella sua lingua, il popolo apre bene le orecchie (…) la lingua dell’Algeria, prima del francese, prima dell’arabo è il Tamazight”

Mai uno scrittore aveva osato così tanto:  abbandonare una lingua che aveva addomesticato come pochi, ma che era “una ferita”, un “esilio interiore” , una “frattura”. Una lingua che gli dava fama, possibilità enorme di pubblicazione e che gli assicurava di essere proiettato nell’internazionalità, ma al tempo stesso gli impediva di parlare alla propria gente, ai propri simili.  Una lingua occupante che nell’insediarsi nell’anima degli occupati effettuava la rimozione della lingua ancestrale, di quel sentire che lega i discendenti al sapere degli antenati.

Quale peggiore crimine francesi, inglesi, portoghesi, spagnoli ( Kateb Yassin punta il dito anche contro gli arabi) hanno commesso se non quello di imporre le loro lingue ai popoli da loro occupati recidendo quel cordone ombelicale che assicurava la trasmissione degli emozioni e dei saperi da una generazione all’altra?

Ed è proprio per affondare le sue mani e la sua mente nelle radici della sua storia che Yassin rompe con il francese e con ogni forma di narrazione che non sia teatro o poesia,  torna definitivamente dal suo esilio linguistico e decide di abitare la lingua degli avi. 

Qualche mese prima della sua scomparsa nel 1989  Kateb Yassin lascia una testimonianza filmica commovente , una specie di testamento/ intervista concessa al regista Stephane Gatti dal titolo “Kateb Yassin, un poète en trois langues “.

Di fatto pochissimi autori  hanno scritto in tre lingue, raggiungendo risultati strabilianti, Kateb Yassin l’ha fatto : in Francese, in Arabo e in Tamazight.

Ma per uno che ritorna, ce né uno che se ne va.

La prossima volta vi parlerò della partenza fisica e linguistica di Kader Abdolah. Allacciatevi le cinture.

 

 * Nedjma, trad. di Giovanni Mascetti, Milano, Jaca Book 1983

** Le Polygone étoilé, roman, Paris, Éditions du Seuil, 1966

 

 

 

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6 thoughts on “Destini paralleli: La problematica della lingua fra Kateb Yassin e Kader Abdolah.

  1. Grazie Rabii. Pezzo molto interessante.
    Effettivamente Kateb Yacine ha fatto una scelta rivoluzionaria nel fine e nei mezzi. La sua coerenza anticoloniale lo ha portato a rinunciare alla fama internazionale tramite la lingua coloniale per parlare con il proprio popolo tramite la lingua popolare.
    Una scelta che pochi intellettuali africani hanno fatto. L’arabo colto, elitario, il francese e l’inglese rimangono le lingue più usate dall’intellighenzia africana, più indaffarata a dimostrare al mondo di saper scrivere e parlare che a dialogare con il proprio popolo per cercare vie di uscita dal sottosviluppo.

  2. Ciò che è interessante in Kateb Yassin è che quella coerenza anticoloniale di cui parli Karim, è accompagnata anche di una coerenza che io chiamerei psicologica e affettiva. Oltre a tutte le considerazioni di ordine ideologico, politico, sociale o storico che stanno alla base della decisione di Kateb Yassin di rinunciare alla lingua francese. C’è una dimensione puramente intima che mi affascina moltissimo. Questa dimensione consiste nel rapporto “strano” che Kateb yassin aveva con la madre. La madre aveva avuto un esaurimento nervoso che la condusse alla pazzia perché non riusciva a supportare il massacro della sua gente e l’arresto del figlio per mani dei francesi. Questo trauma Yassin l’ha sempre vissuto non solo come consequenza ineluttabile della ingiustizia dell’occupante, ma anche come conseguenza di un suo personale tradimento nei confronti della madre, ogni volta che si esprime o scrive in francese egli tradisce la madre e si allontana da lei. In qualche maniera rinunciare al francese ha anche la velenza della riconciliazione con la madre, del renderle giustizia. Kateb Yassin rammenta la madre spessismo, dichiara con fierezza d’essere il figlio di una folle marginalizzata con la quale non può parlare in francese, non solo perché la madre non lo sa, ma perché è ingiusto cercare di comunicare con lei facendo echeggiare nei suoi orecchie la lingua del nemico.

  3. Bellissimo quest’articolo! un altro livello .. complimenti Rabii, sai scavare bene e tirare fuori il meglio e l’interessante!

  4. Pingback: Destini paralleli: La problematica della lingua fra Kateb Yassin e Kader Abdolah. | controappuntoblog.org

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