1. Le parole sono importanti!

Qualche domanda su “Kony2012″

Un contributo per la Stanza degli ospiti di Giusy Muzzopappa

Qualche giorno fa anch’io (come pare una trentina di milioni di altre persone) mi sono imbattuta nel video Kony2012 viralizzato dall’organizzazione americana Invisible Children per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sui crimini compiuti dal Lord’s Resistance Army guidato da Joseph Kony nell’Uganda settentrionale. Dopo aver guardato il video, una trentina di minuti in tutto, sono rimasta senza fiato e (per un istante) senza parole. Ho pensato: “Wow!”. Un’esclamazione al tempo stesso di meraviglia per la confezione praticamente perfetta dell’operazione Kony2012, e di sconcerto per la sensazione latente di quanto questa perfezione mediatica potesse essere pericolosa e fuorviante. L’immagine di adolescenti americani – gli stessi che a mala pena riescono a individuare un qualsiasi paese che non sia il loro sul mappamondo – mobilitati per risolvere una oscura crisi in un lontano paese del lontanissimo continente africano non lascia certo indifferenti…

Un istante – un nanosecondo – dopo però, quel “Wow” si è trasformato in un gigantesco punto interrogativo: di cosa stiamo parlando davvero? Lo so, è una brutta malattia questa, mettere sempre in discussione le notizie e i fatti, cercare sempre un approfondimento o un punto di vista alternativo. Ma tant’è: se c’è una cosa che la formazione da antropologo ti insegna è proprio quella di fare domande, di chiedersi e chiedere “In che senso?”, o meglio ancora, “Chi lo dice questo?”. Una tendenza preziosissima poi quando si tratta di valutare fatti e opinioni relativi a qualcosa che accade in Africa, l’oggetto preferito di mistificazioni e ritratti a tinte forti (solitamente in bianco e nero, le sfumature raramente sono previste). Ed è quello che ho fatto. Mi sono fatta delle domande. Ho letto. Ho ascoltato. Ho approfondito. Mi sono persa nella vivacissima blogosfera africana, ho mandato email e richieste di chiarimenti ai tanti giovani ricercatori che ho la fortuna di conoscere e che dedicano i loro sforzi e le loro energie a capire frammenti di questo continente vastissimo e complesso. E ho cercato di mettere assieme i pezzi. E alla fine quello che ho ottenuto è stato un quadro molto diverso rispetto agli scenari prospettati da Invisible Children Inc. e dal loro potentissimo video. E lì ho quasi tirato un momentaneo sospiro di sollievo.

L’esortazione di una giovane di origini ugandesi negli Stati Uniti, che aveva sentito il bisogno di postare un suo video in cui esprimeva il suo disagio nei confronti della campagna Kony2012 è stata il punto di partenza: lei concludeva il suo piccolo intervento dicendo “Just educate yourself. And if you go to Africa, just make sure to go there for the right reasons”. Di lì è cominciato il mio viaggio: pur non essendo all’oscuro delle vicende raccontate nel video, per una volta mi sono voluta mettere nei panni di chi ci si fosse imbattuto dal nulla e abbia avuto la curiosità di saperne di più. E’ stato facile, credetemi. La pagina Youtube che ospitava il video di Invisible Children mi ha selezionato in automatico anche il video della giovane ugandese-americana, e googlando la semplice stringa “Kony2012″ il motore di ricerca mi ha posizionato in prima linea una serie di articoli approfonditi pubblicati (naturalmente) da quotidiani stranieri, e questo interessante approfondimento di Ssozi, blogger ugandese molto seguito. Di link in link mi sono (facilmente, continuo a sottolinearlo) imbattuta in altri interventi, tra i quali quello dell’antropologo svedese Sverker Finnström, ospitato dal blog Africa Is A Country, che offre degli spunti interessanti sulle complessità della storia raccontata e sui pericoli di un appiattimento lungo la linea buoni/cattivi e invita a impegnarsi per comprendere e farsi un’idea di quello che accade, senza fermarsi alle soluzioni facili e alle scorciatoie. In un altro dei loro video promozionali, quelli di Invisible Children esortano: “Don’t study history, make history”. E qui il cerchio si chiude, almeno per il momento: ero partita dalla giovane ugandese che ci chiedeva “Studiate, e se pensate di andare in Africa, assicuratevi di farlo per il motivo giusto”, e sono arrivata al punto in cui dall’altra parte mi arriva l’esortazione opposta: “non studiate la storia, fate la storia”. Fare la storia cosa significa? Significa indossare un braccialetto, condividere su Youtube un video, cambiare la propria immagine su Facebook adeguandola all’emergenza del momento, inviare un sms solidale o comprare una maglietta con la stampa di una qualsiasi delle “giuste cause” che non mancano mai? Significa amplificare gli slogan di grandi organizzazioni che non fanno altro che ripetere “Basta poco” per risolvere problemi enormi? Significa convincersi davvero che basti poco per eliminare dalla nostra vista le immagini di bambini dalle pance gonfie o madri dai seni vuoti, e sostituirle con visi di bambini sorridenti e bellissime donne africane che ballano al ritmo dei djembé?

No, non basta poco. Non basta un sms, né partecipare a un concerto o comprare una maglietta. Serve studiare, accidenti se serve. Perché solo studiando si capiscono davvero le cose, e ci si comincia a fare tante domande. E studiare non significa soltanto essere sommersi da tonnellate di carta stampata: il web offre innumerevoli possibilità di approfondimento, se si ha il giusto spirito critico per verificare sempre fatti e notizie. Prima ho volutamente tracciato il percorso che io stessa ho compiuto, fatto di qualche clic e di tanta curiosità. Studiare significa informarsi e ascoltare tutte le voci in campo. E diffidare sempre delle verità “facili”, diffidare sempre di chi dice “basta poco”. Solo in questo modo, ad esempio, si può arrivare a scoprire chicche come questa: Jason Russell di Invisible Children, lo stesso che nel video si spende in prima persona per la causa e intrattiene il pubblico – e il suo figlioletto – sulle atrocità commesse da Kony, lontano dagli occhi dei suoi seguaci americani si fa riprendere mentre imbraccia un fucile, in compagnia di soldati del Sudan People’s Liberation Army (per saperne di più sul Sudan, consiglio vivamente il blog BorderLand della giornalista Irene Panozzo). Ecco: non c’è qualcosa di strano se qualcuno che cerca di mobilitarci contro un criminale di guerra si fa immortalare con un kalashnikov in mano? E continuando a cliccare scoprirete altre cose sull’Uganda e sull’LRA, sulla sua storia, su dove si trovi in questo momento Kony, sulla natura del sostegno americano alle forze armate ugandesi, e magari anche a voi alla fine scatterà qualcosa, e vi chiederete, come ho fatto io: ma ci sarà qualcosa di strano se un’organizzazione per la difesa dei diritti umani mette su una campagna il cui scopo dichiarato è fare lobby nei confronti del Congresso americano affinché decida di stanziare più fondi per potenziare l’esercito ugandese nella sua guerra contro Kony? Difendere i diritti umani con le armi? Rafforzare l’esercito di un paese quando tutti (tranne quelli di Invisible Children) sono concordi nell’affermare che in Nord Uganda di Kony non c’è più traccia ormai da qualche anno? Domande che portano ad altre domande. Io ho voluto rendervi partecipi delle mie, che magari sono diverse da quelle che potreste farvi voi. L’importante è porsele, sempre.

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